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Artisti

GHIBERTI

Il "gioielliere" del Battistero di Firenze

GHIBERTI - IL “ GIOIELLIERE” DEL BATTISTERO DI FIRENZE
Che Ghiberti sia stato un indiscusso protagonista del Rinascimento fiorentino, non vi è dubbio. Ma questo non solo per le opere di enorme valore artistico che egli ci ha lasciato, ma anche e soprattutto perchè la sua testimonianza, attraverso i trattati ed i memoriali da lui scritti, ci aiutano come mai prima era accaduto a ricomporre le conoscenze artistiche di un periodo lunghissimo, narrando di opere e fatti relativi anche a suoi colleghi, un secolo prima di quanto farà poi Giorgio Vasari con le sue “Vite”. Lorenzo Ghiberti (1378-1455) fu sicuramente un artista poliedrico, nato orafo di padre e con una preparazione artistica nella bottega di famiglia, ma tramutatosi poi, per una di quelle caratteristiche di versatilità comuni a molti geni del Rinascimento, in scultore, architetto e non ultimo scrittore d'arte. Le conoscenze nel campo dell'oreficeria però non lo abbandonarono mai, e quella meticolosa, scrupolosissima e millimetrica precisione d'esecuzione, tipica del cesello del lavoro orafo, la ritroveremo sempre anche nei suoi capolavori più mastodontici, come le porte del Battistero di Firenze. La personalità di Ghiberti fu sicuramente eccezionale: un uomo che si sapeva destreggiare, abile al punto da divenire quasi scaltro come sappiamo dall'episodio della sua vita che ci racconta che Ghiberti presentò un documento in cui si dichiarava figlio di Cione di Ser Bonnacorso Sabatini, agiato notaio di Pelago e primo marito della madre, piuttosto che figlio dell'orafo Bartolo di Michele, dichiarazione di convenienza per discolparsi dall'accusa di non aver mai pagato le tasse. La sua prima vera occasione si presentò mentre era in trasferta a Pesaro, scappato ad un'epidemia di peste bubbonica e vari disordini cittadini. I suoi amici fiorentini, durante quel viaggio, gli inviarono la notizia del bando di concorso per la Porta Nord del Battistero di Firenze. Licenziatosi dai signori di Pesaro, tornò rapidamente a Firenze nel 1401, dove si mise al lavoro per una formella da far partecipare al concorso, una scena dal Sacrificio di Isacco. Lavorò a lungo e con molti ripensamenti, all'ombra del padre, si immagina. Un anno dopo, nel 1402, viste le opere presentate, si scelse il vincitore. Giudicarono trenta periti, fra pittori, scultori d'oro, argento e marmo. Nei suoi Comentarii, Ghiberti si attribuisce una vittoria unanime, nell'estasi dell'autocompiacimento. Ma alcuni autorevoli critici sostengono che i giudici furono molto dibattuti e finirono per attribuire la vittoria ex-aequo. Fu il Brunelleschi che si rifiutò di lavorare in cooperativa con il Ghiberti per la troppa differenza di stile. Anche in quest'episodio si narra di come il Ghiberti usò molteplici sotterfugi per vedere in anticipo l'opera del rivale ed affannandosi a chiedere consigli ed aiuti a più persone, per cercare di creare un'opera che compiacesse il gusto dei più. Un dato è certo, ovvero che questa competizione, che tra i molti concorrenti, vide alla fine gareggiare testa a testa Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi, segnò nella storia dell'arte il punto di rottura verso la precedente tradizione gotica e l'inizio del cosiddetto Rinascimento. In venti anni, pur lavorando alacremente alla Porta Nord, Ghiberti si dedicò anche ad altre attività. Con la tecnica della fusione a cera persa, eseguì due statue in bronzo per la Chiesa di Or San Michele, il San Giovanni Battista e il San Matteo. La maestria di grande orefice e la sua poliedricità si trasferirono anche su lavorazioni come le mitrie d'oro papali che fece per i Papi Martino V ed Eugenio IV. Fu anche architetto, sempre per l'Opera del Duomo, ma in questo caso davanti alla problematiche strutturali della cupola del Duomo di Firenze fu Ghiberti a dover fare un passo indietro rispetto a Brunelleschi. Ciononostante lo stesso Vasari narra di come Ghiberti, oramai così ben introdotto e ben accetto da tutti gli operai dell'Opera del Duomo, venisse affiancato al Brunelleschi senza motivo preciso ed addirittura percepisse anche uno stipendio pari al Brunelleschi, che era il solo ed unico capo del progetto della cupola. Ma è con la seconda porta del battistero, la Porta Est, che si afferma in maniera indiscussa ed irreversibile l'immortal fama del Ghiberti. Essa fu commissionata direttamente al “excellente maestro”, a ragion veduta senza troppo sudare, nel 1425, e fu collocata ben 27 anni dopo, di fronte alla cattedrale “stante la sua bellezza”, rimuovendo la precedente porta ghibertiana, altrettanto bella ma meno nuova, sul lato nord. Anche qui Ghiberti dimostrò tutte le sue capacità sovversive dell'arte, con una rivoluzionaria novità d'impaginazione della struttura della porta rispetto alla precedente Porta Nord. Egli infatti rinunciò alla deliziosa ma se pur piccola cornice polilobata gotica in favore della cornice albertiana, rettangolare e vasta, che permetteva di mettere in scena nello stesso riquadro diversi episodi affini e numerose figure. Leon Battista Alberti, padre della prospettiva, trovò infatti rappresentate magicamente le sue regole prospettiche, nelle formelle ghibertiane della Porta Est. Perchè si chiamino oggi Porte del Paradiso, è rinomato, ma non è solo la definizione michelangiolesca a sancire il successo di questo capolavoro, ma soprattutto la devozione e la passione che il suo artefice seppe così sintetizzare: “Condussi detta opera con grandissima diligentia e con grandissimo amore”.