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Artisti

GIAMBOLOGNA

storia di uno scultore, storia di un imprenditore.

Quello che raggiunse Giambologna alla fine della propria carriera in Firenze, era l’ante litteram del vero "status simbol" odierno. L'acquisto di una casa con bottega, il possedimento di una fonderia propria, ed una Cappella alla SS. Annunziata per accogliere le proprie spoglie nel riposo eterno. E’ proprio qui che arrivò Giambologna, affermandosi come il più grande maestro manierista di tutta Europa. Jean de Boulogne era nato nelle lontane Fiandre, a Douai nel 1527. Aveva fatto il suo apprendistato in una povera bottega collaborando alla costruzione di una cantoria tra le tante, in legno, per una collegiata nella cittadella di Mons, in Belgio. Egli però aveva mire più alte e poco appagato della sua piccola formazione provinciale si spinse in Italia, esattamente a Roma. Alcuni biografi attribuirono una maggiore importanza al soggiorno romano, ma egli fu in realtà mortificato e stroncato dalla critica michelangiolesca , che lo rimproverò di voler troppo “finire “ le sue opere ancor prima di saperle sbozzare. Se l’arte classica lo aveva folgorato giungendo a Roma, furono fiorentini i maestri ideali che si scelse fin dagli esordi: primo fra tutti sì Michelangelo, ma anche gli artisti contemporanei con i quali si confrontò quali Ammannati, Bandinelli e Cellini. Arrivando a Firenze, città che lo accolse e lo educò come un figlio, trovo ospitalità nell’amico Bernardo Vecchietti, uomo colto e raffinato che lo presentò alla corte dei Granduchi di Toscana. Così si narra dell’ascesa di un genio che seppe scolpire dei ed eroi. Per quasi mezzo secolo, dal 1561 al 1608, fu lo scultore più rappresentativo della città, oberato sempre dalle commissioni granducali. La sua originale produzione artistica fatta di statue di marmo e bronzi di ogni dimensione, seppe infatti conquistare il gusto e l'apprezzamento di committenti esigenti, come erano quelli raccolti intorno alla corte dei Medici. Giambologna abitò in via dello Studio e poi in una casa-torre in Borgo S.Jacopo e quando nel 1587 si trasferì nell'attuale Borgo Pinti, 26, fu una dimostrazione del successo raggiunto. Questo quartiere era stato abitato e frequentato da artisti ed anche Cellini aveva avuto la sua fonderia in via della Pergola, una strada vicina. Durante la sua intera attività fu per il Giambologna di basilare importanza plasmare la cera e modellare la creta, agli esordi semplicemente per studio, più tardi con l’intento di un vero e proprio processo formativo delle sue opere. Suddetti modelli rivestivano un ruolo primario nella genesi di opere plastiche in grande, ma avevano anche un ruolo fondamentale nella produzione di bronzetti la cui diffusione in tutta Europa molto contribuiva alla fama dello scultore. I suoi mecenati avevano molto presto capito che i bronzetti del Giambologna, riproducibili in poco tempo, erano doni diplomatici ideali. Il Granduca Cosimo I ed il figlio Francesco fecero infatti consegnare all’imperatore Massimiliano II tre bronzi del Giambologna, innescando così già in epoca antica una tradizione, quella della riproduzione in scala di repliche di soggetti molto amati e apprezzati. La maggior parte di questi modelli in cera nello svolgersi della lavorazione andavano distrutti, mentre altri si conservarono nella bottega. Dopo la sua morte questi modelli non persero di valore e molti di questi furono rilevati dal suo discepolo preferito, il celeberrimo scultore Pietro Tacca. La tecnica della fusione in bronzo permette da sempre la riproducibilità di un modello. Ed è proprio grazie a questo fenomeno che il Giambologna lavorando a Firenze sviluppò tutta la sua arte ed il suo linguaggio e raggiunse una fama ed un’autenticità di carattere in tutta Europa.